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La mia esperienza alla Corsa della Bora: 103 km in 13 ore

La Corsa della Bora, una sfida epica di 103 km con 3.500 metri di dislivello, mi ha regalato un’esperienza incredibile e indimenticabile. Vi porto con me in questo viaggio attraverso il freddo, il vento e la fatica, raccontandovi i momenti più intensi e le lezioni apprese lungo il percorso.


La preparazione e l’attesa

L’avvio di una sfida

Sono le 11:30 di venerdì sera. Esco dal van, infreddolito e con una voglia matta di rimettermi sotto il piumone al caldo. Tuttavia, il dado è tratto: mi avvio verso la linea di partenza della Corsa della Bora. Freddo pungente, vento gelido e un paesaggio che promette di essere tanto affascinante quanto impietoso.

Il mio obiettivo? Divertirmi, testare la mia forma fisica e mettere alla prova il corpo e la mente, anche se la preparazione non è stata delle migliori. Solo quattro settimane di allenamento, di cui due fatte bene. Non l’ideale per affrontare una gara così impegnativa, ma la voglia di correre supera ogni dubbio.


Il viaggio tra gelo, vento e paesaggi mozzafiato

La partenza

Countdown: 10, 9, 8… 3, 2, 1. VIA!
Parto cercando di mantenere un ritmo controllato, seguendo il gruppo di testa senza strafare. Lascio da parte l’orologio, non mi interessa monitorare velocità o battiti. Ascolto solo il mio corpo e mi concentro sul trovare un equilibrio tra sforzo e conservazione di energia.

Mi scaldo finalmente, tolgo il guscio e rimango con la maglia termica, ma il vento non dà tregua. Metto il gilet smanicato, il mio fedele alleato contro il freddo per tutta la gara. La frontale illumina i sentieri della Bora mentre corro sopra il golfo di Trieste. La vista notturna è spettacolare, e il freddo tagliente mi tiene ben sveglio.

Le prime difficoltà

Affronto i primi 20 km cercando di mantenere un ritmo decente.

Tuttavia, i piccoli imprevisti non mancano: mi fermo tre volte per aggiustare le scarpe e per un breve pit-stop. Sbaglio strada una volta, ma riesco a rimettermi in carreggiata.

Al km 26 mi trovo sopra la baia di Trieste, un panorama mozzafiato che mi aiuta a dimenticare per un attimo il freddo glaciale.

Ma il mio pensiero torna subito alla strategia di gara. Nonostante la bellezza dei paesaggi, il freddo è un nemico costante, e devo evitare di prendere colpi di freddo allo stomaco, cosa che potrebbe compromettere tutta la gara.


Guarda il video della gara

La gestione della fatica e della strategia

Ristori come pit-stop

Arrivato al primo ristoro, mi rendo conto che il tempo di permanenza deve essere minimo.

Con l’escursione termica tra l’interno caldo e l’esterno gelido, restare troppo a lungo sudato significherebbe congelarmi.

Entro, riempio le flask con carboidrati liquidi, arraffo un po’ di pane e formaggio e riparto subito.

Adotto questa stessa strategia in tutti i ristori successivi, portandomi spesso del cibo nelle tasche per mangiare lungo il percorso.

La base vita al 47° km

Dopo 5 ore e 59 minuti, arrivo alla base vita. Rimango lì solo 8 minuti, giusto il tempo di rifornire gel e flask. Dentro fa un caldo incredibile, ma fuori è gelido, quindi evito di rilassarmi troppo per non sentire ancora di più il freddo al momento di ripartire.

Cambio l’acqua delle flask (per sbaglio ci avevo messo del brodo!) e mi avvio di nuovo verso la gara. Da questo punto in poi, il piano è chiaro: mantenere un ritmo medio fino al 60° km, e da lì decidere se spingere o conservare energia.


La sfida mentale e fisica

Dal 60° al 90° km

Al 60° km, il sole sorge finalmente, regalandomi una nuova energia. Nonostante la stanchezza che inizia a farsi sentire, decido di azzardare e aumentare leggermente il ritmo.

La neve fa la sua comparsa per qualche chilometro, rendendo il percorso ancora più suggestivo ma anche più scivoloso. Al 70° km affronto discese tecniche che mettono a dura prova le gambe e richiedono massima attenzione.

Al 90° km, il corpo comincia a cedere: i piedi fanno male, le braccia sono distrutte dall’uso dei bastoncini e il polpaccio destro sembra essere stato colpito da una martellata. Ogni passo è un atto di volontà, ma stringo i denti e vado avanti.


Gli ultimi chilometri e l’arrivo

La motivazione finale

A 15 km dall’arrivo, decido di spingere un po’ di più. Nonostante il dolore e la stanchezza, riesco a trovare la forza per mantenere un ritmo sopra la media. Chiamo Ilaria, che sta correndo la 15 km, e decidiamo di coordinarci per tagliare insieme il traguardo.

Gli ultimi 5 km sono un mix di emozioni. La fatica si fa insopportabile, ma la vicinanza del traguardo mi dà l’adrenalina necessaria per andare avanti. Quando finalmente vedo l’arrivo, mi unisco a Ilaria. Passiamo insieme il traguardo, mano nella mano.

Il risultato

103 km, 3.500 metri di dislivello, 13 ore e 7 minuti. Mi piazzo 10° assoluto su oltre 150 partecipanti, un risultato inaspettato considerando la mia preparazione non ottimale.


Alimentazione in gara

Durante la gara, sono riuscito a rispettare quasi completamente il piano alimentare. Ogni ora ho assunto un gel e carboidrati liquidi nelle flask, integrando con pane e formaggio ai ristori.

Ho anche testato una nuova strategia: tè caldo nelle flask. Questo mi ha aiutato a combattere il freddo nei primi chilometri, un’esperienza che sicuramente ripeterò.


Lezioni apprese

La Corsa della Bora mi ha insegnato che anche con una preparazione limitata è possibile affrontare sfide straordinarie, a patto di ascoltare il proprio corpo e adattarsi alle condizioni.

La forza mentale è stata il mio alleato più prezioso, permettendomi di superare i momenti più difficili e di raggiungere il traguardo con un sorriso (anche se stanco).


Conclusione

Questa avventura mi ha regalato emozioni indescrivibili e un senso di realizzazione che non dimenticherò mai. Ogni passo, ogni momento di difficoltà e ogni gioia lungo il percorso mi hanno ricordato perché amo questo sport.

🍿 COSA GUARDARE:

Marco

Passo metà delle mie giornate a correre su e giù per le montagne e l'altra metà a condividere quello che faccio nel web. Sono un coach certificato UESCA di trail ed ultra trail.

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